Home » Blog » Intervista a Marianna Balducci

Intervista a Marianna Balducci

Un Albo a 4 mani incontra Marianna Balducci e ci accompagna alla scoperta degli albi illustrati dell’autrice.

intervista a marianna balducci

Ti ricordi la prima illustrazione di cui sei stata davvero orgogliosa?
Non ne ricordo una specifica. Diciamo che sono orgogliosa ogni volta in cui mi rendo conto che la mia mano è all’altezza delle mie idee. Finché questo equilibrio si mantiene, anche nell’evoluzione, posso dirmi orgogliosa del mio lavoro.

C’è stato un momento o un incontro che ha segnato la scelta di questo mestiere?
Sicuramente l’incontro con Roberto Grassilli, fumettista, illustratore, pioniere del web e tante altre cose. Abbiamo la fortuna di condividere la stessa città (Rimini) e ci siamo incrociati quando io ero davvero agli esordi e il lavoro editoriale non era ancora nei piani. Grazie alla sua esperienza, alla sua sconfinata biblioteca piena di albi illustrati e soprattutto alla sua amicizia, ho messo a fuoco molte cose e ho capito meglio che direzione volessi prendere.

Le tue illustrazioni uniscono disegno e fotografia: come nasce questa fusione?
Credo che le radici più profonde siano nella mia infanzia disneyana con film come “Mary Poppins” o “Pomi d’ottone e manici di scopa” in cui gli attori interagivano con l’animazione. Poi questo mescolare i registri ha continuato a far parte del mio modo di sperimentare con grande naturalezza e tra le influenze eclettiche del mondo della moda nel periodo universitario e l’incontro con Fabio (Gervasoni, autore degli scatti di molti dei miei libri e mio marito) hanno portato a progetti più concreti. Ho portato avanti questa ricerca perché è il modo più immediato che conosco per mostrare alle persone quello che immagino e mi racconto quando osservo il mondo.

I tuoi libri foto-illustrati presentano solitamente oggetti comuni di vita quotidiana, come mai? 
Mi piace l’idea di inventare storie un po’ con quello che hai, senza la necessità di servirsi di strumenti sofisticati. La creatività è una questione di sguardo e spesso è cambiare la nostra prospettiva sulle cose di sempre che genera un impatto davvero sorprendente nelle nostre vite. Quelle cose ordinarie ci riguardano e sono continuamente intorno a noi. Dimostrare che possono trasformarsi in una risorsa ci esercita a rapportarci in modo diverso (più curioso, elastico e accogliente) verso gli altri e quello che nella vita ci può accadere. Gli oggetti poi possono essere vere e proprie metafore: a volte, il modo in cui funzionano o sono fatti può aiutarci a capire meglio come ci sentiamo e come funzionano le cose più complesse del mondo. 

Da dove parti quando crei una nuova immagine? Da un’idea, da una foto, o da un’emozione?
Dipende. Un’emozione forse è la costante, ma non sempre necessariamente in termini sentimentali: se sento qualcosa che si muove, allora drizzo le antenne e cerco di capire cosa sta risuonando, cosa mi ha incuriosito, cosa mi spinge ad assecondare questo movimento (dei pensieri, dello sguardo, delle mani). Ogni immagine è un po’ un mistero da svelare e la creatività è un po’ un appuntamento, bisogna individuare di volta in volta la pista giusta ed essere disponibili. 

Ti capita mai di riconoscere te stessa nei personaggi che illustri?
Spesso! Se sono storie che ho scritto io poi è facile che a muoverle ci sia un’esigenza personale che poi, strada facendo, cerco comunque sempre di portare il più possibile fuori da me, per individuare quale sia la componente universale che anche gli altri possano cogliere. Ci sono poi stati personaggi che sono venuti fuori proprio raccontando di me come “La principessa nasona” (testo di Davide Calì, edizioni Clichy) o “Gaia spaziale” (in uscita a settembre per Mondadori) dove i personaggi giocano su queste consonanze conservando anche qualche somiglianza estetica.

Tra tutti i tuoi albi illustrati, ce n’è uno a cui sei particolarmente legata?
Ce ne sono diversi per motivi diversi, difficilissimo scegliere. “La vita nascosta delle cose” (Sabir) è il primo libro con cui mi proponevo agli editori e il primo progetto con cui ho davvero definito il mio modo di lavorare con la fotografia. Ma sono molto affezionata anche a “L’ammiraglio si è preso il cielo” (Clichy) dove, per la prima volta, ho scritto animata da un’esigenza fortissima di manifestare il mio pensiero.

“Io sono foglia” ha toccato il cuore di molti lettori: cosa rappresenta per te questo libro?
Questo è un altro di quei libri che avrei potuto citare nella risposta precedente. “Io sono foglia” è più di un libro, per me e per Angelo Mozzillo (autore del testo): è stato ed è continuamente un’esperienza. Angelo è partito dalla mia immagine che poi è finita in copertina (nata in un momento personale molto duro), le immagini successive hanno seguito proprio come in una danza le sue parole, i lettori che continuano ad apprezzarlo sono come una sorta di tribù affettuosa e luminosa attorno a noi e a queste pagine. Grazie a questo libro sperimentiamo davvero ogni volta come una storia possa stabilire dei legami con le persone e possa trasformarsi nelle loro mani e diventare strumento, bandiera, giocattolo, talismano. Questo libro è ormai fuori dal nostro controllo e nelle mani di chi lo ama e siamo grati che una cosa così ci sia successa.

Quando lavori con altri autori, come nasce il dialogo tra testo e immagine?
Di solito vado in cerca, nel testo, di un’immagine che mi accende: come se fosse un film, cerco il fotogramma che nel trailer ci dovrebbe essere, che mi arriva d’istinto chiarissimo per atmosfera o qualche altro dettaglio. Partendo da quello, faccio schizzi e ricerca e trovo il personaggio, i colori, il mood della storia e poi è come un po’ lavorare a ritroso, recuperando tutti gli altri pezzi e la visione d’insieme e verificando se quell’intuizione può reggere un libro intero in modo convincente.

Il tuo progetto “Colazione con la disegnatrice” è meraviglioso: com’è nata l’idea?
Era il periodo della Biennale del disegno, una rassegna che per qualche anno si è svolta nella mia Rimini, piena di mostre ed eventi che si prolungavano per diversi mesi. Avevo una piccola mostra in uno dei miei locali del cuore del centro storico (il Bar Lento), vicinissimo a casa tra l’altro e che frequentavo spesso. Per rilanciare la mostra durante i mesi della rassegna, ho iniziato a piazzarmi lì alcuni sabati mattina disegnando cose mie e offrendo piccoli caffè foto-illustrati a chi veniva a trovarmi o mi scopriva per caso. In quel periodo il bar aveva un tavolo molto grande che si prestava alla convivialità. Ho incontrato tantissime persone, adulti e bambini, è stato un esperimento divertente che penso spesso di replicare prima o poi. 

Se potessi tornare indietro nel tempo, cosa diresti alla Marianna bambina?
Di perdere meno tempo dietro alle aspettative o alle ansie degli altri e di avere un po’ più di coraggio. 

Nel tuo stile si percepisce una forte ascendenza da Rodari e Munari, cosa ti ha colpito del loro modo di comunicare con i bambini?
Entrambi dialogano con i bambini in modo molto diretto e privo di fronzoli e sono sempre sinceramente interessati a loro e a quello che con loro condividono. Di Rodari mi piace moltissimo l’ironia e il forte senso civico, la convinzione che con le storie e l’immaginazione si possano costruire nuovi modelli di comunità e cambiare ciò che non ci piace. Di Munari mi piace soprattutto il suo lavoro da designer (che molto si riflette anche nei libri per l’infanzia), la capacità di progettare senza gerarchie e di trovare soluzioni inaspettate attraverso una acuta osservazione. Di entrambi conservo citazioni e moniti che sono diventati veri e propri fari nel mio percorso.

Hai un libro, una storia che ti riporta immediatamente all’infanzia o a cui sei particolarmente legata emotivamente?
Ho molti ricordi legati alle storie nella mia quotidianità di bambina, sono stata molto coccolata con i libri e i racconti. Tra i primi che mi vengono in mente ci sono i libri di Richard Scarry o le storie del bosco di Tony Wolf, ma anche le avventure di Spotty o le fiabe sonore uscite in edicola per Fabbri editore. Un primo libro del cuore in assoluto è stato il Pinocchio in rima di Rodari (illustrato da Raul Verdini) che, ancor prima di iniziare a leggere, avevo imparato quasi a memoria. 

Futuro di Marianna

Qual è un tema che ti piacerebbe esplorare nei tuoi prossimi lavori?
Mi piacerebbe parlare del tempo che passa.

Che consiglio daresti a chi sogna di trasformare la propria creatività in un lavoro?
Di ascoltarsi molto. Spesso il modo in cui “funzioni” come persona ti rivela importanti direzioni su cui lavorare per trovare il tuo modo di stare in questo settore.

E tu, da cosa ti lasci stupire oggi?
Potenzialmente qualunque cosa, specialmente quelle che penso di conoscere e poi, cambiando di poco il verso da cui guardarle, iniziano ad apparire come nuove. E poi le storie, tutte quelle che non so come vanno a finire e che, mentre me lo raccontano, mi portano da un’altra parte.

Intervista a cura di LauraBraglia

@lefavoleditommy

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna in alto